Quando non c’è un sacerdote, si alza la famiglia

Rafael Aguilar Díaz de León

Le 5:45 del mattino a San Luis Potosí, in Messico. La città dorme ancora: non c’è traffico, non ci sono voci, soltanto quel silenzio particolare che l’alba custodisce per chi decide di abitarla. Il cielo non ha ancora deciso se essere notte o giorno, eppure un gruppo di giovani è già in piedi, con gli occhi appena aperti e i piedi che si muovono prima ancora che la mente dia loro il permesso, diretti verso la chiesa. Maggio è il mese di Maria in alcuni Paesi, anche in Messico. E nella famiglia di Schoenstatt di San Luis Potosí, da anni maggio ha un nome proprio: Messe Eroiche. Messe alle 6 del mattino, ogni giorno del mese, come offerta viva alla Mater. Ma quest’anno maggio è arrivato carico di una domanda che nessuno voleva porsi ad alta voce: senza sacerdoti di Schoenstatt che vivono in città, chi avrebbe celebrato? La tradizione avrebbe resistito? Oppure questo sarebbe stato il primo maggio, dopo anni, in cui la chiesa si sarebbe svegliata nel silenzio?

La tradizione in pericolo

Da anni, maggio ha un sapore particolare per la famiglia di Schoenstatt a San Luis Potosí. Ogni mattina, all’alba, la Chiesa della Sacra Famiglia apre le sue porte a coloro che hanno scelto di iniziare la giornata in un altro modo: non con il telefono, non con il suono della sveglia, ma con Cristo. Le Messe Eroiche di Maggio sono esattamente questo: una messa celebrata alle 6 del mattino, tutti i giorni del mese, come atto d’amore a Maria nel suo mese.

Non è semplice. Significa puntare la sveglia quando svegliarsi è faticoso. Significa rinunciare al riposo che gli esami o il lavoro avevano già accorciato la notte precedente. Significa decidere, ogni mattina, che c’è qualcosa di più importante del materasso.

Quest’anno, però, la difficoltà era diversa. La domanda non era se tra i giovani ci fosse disponibilità. La domanda era più cruda: ci sarebbe stato qualcuno a celebrare? La comunità di Schoenstatt a San Luis Potosí attualmente non conta sacerdoti del Movimento residenti in città. Senza un padre che potesse presiedere l’Eucaristia giorno dopo giorno, l’intera tradizione pendeva da una domanda senza risposta. C’era chi dubitava a bassa voce. C’era chi preferiva non chiedere ancora, nel timore che la risposta fosse un no.

Sei giovani ministri straordinari dell’Eucaristia si sono assunti la responsabilità di celebrare ogni mattina.

Il sì che lo ha reso possibile

La risposta non è tardata. E’ arrivata da Querétaro.

Padre Santiago Abella Peniche è venuto a conoscenza di quel desiderio prima ancora che diventasse una richiesta formale. E rispose prima che finissimo di spiegare. Non ha aspettato che gli presentassimo un piano completo, un elenco di liturgisti confermati, né un foglio con tutti i giorni coperti. Ha risposto al desiderio, non al progetto. Questa è una forma di fede che pochissimi praticano: credere in ciò che ancora non esiste perché si ha fiducia in chi vuole costruirlo. E, a partire da quella fiducia, si mise in movimento senza chiedere nulla in cambio.

Da Querétaro ha apertp il dialogo con il parroco Alejandro García Sánchez, che ha accolto la famiglia di Schoenstatt con una generosità che merita di essere nominata: ha aperto lo spazio, ha sostenuto il progetto e ha teso la mano a una gioventù che chiedeva il permesso di pregare.

Sei liturgisti, un unico impegno

Preparare una liturgia non significa leggere un testo. Significa scegliere le letture che parlino a quel giorno concreto, costruire una riflessione che tocchi la vita di chi si è alzato presto per essere lì, e sostenere il silenzio nei momenti in cui il silenzio è la preghiera più onesta.

Sei giovani ministri straordinari dell’Eucaristia, appartenenti al Santuario Maravillas di Schoenstatt e alla Parrocchia della Sacra Famiglia, si sono assunti la responsabilità di celebrare ogni mattina: Juan Pablo Velázquez Chávez, Mauricio Rodríguez Tacea, Diego Rosales Lara, Gonzalo Andrés Córdoba de Alba, Javier Soto Aranda e Rafael Aguilar Díaz de León.

Ognuno è arrivato all’altare in modo diverso. Ognuno di loro ha offerto tempo che non avanzava, una fede che a volte costa, e una puntualità che alle 6 del mattino è una virtù tutta sua.

Ventuno giorni senza mancare

Alla fine di maggio, il bilancio è stato questo: 6 messe e 15 liturgie. Ventuno celebrazioni. Ventuno mattine in cui qualcuno si è preparato ed è stato presente alle 6 del mattino perché chi arrivava trovasse una porta aperta e un altare pronto. Ventuno giorni cominciando l’alba con Gesù.

Mi piace aprire ogni liturgia con una frase che Gesù disse e che non smette di stupirmi: «Dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». È una promessa senza condizione di numero, senza esigenza di moltitudine. Solo presenza. E ciò che posso dire con certezza, dopo questo mese, è che quella promessa si è compiuta. Gesù è stato presente in ognuno di quei ventuno incontri. È stato presente nel silenzio dell’alba prima del primo canto. È stato presente nell’istante in cui qualcuno ha chiuso gli occhi e ha lasciato andare ciò che portava con sé dalla notte precedente. È stato presente, ed è rimasto.

Ventuno giorni senza mancare non è un record da esibire. Ogni mattina è stata una pietra collocata sopra la precedente con precisione e con sacrificio, e alla fine di maggio c’era qualcosa di costruito che prima non esisteva: la certezza, provata e non solo desiderata, che questa famiglia sa sostenersi quando le condizioni non sono perfette. Che l’assenza di ciò che idealmente dovrebbe esserci non ci paralizza, ma ci obbliga a scoprire ciò che già siamo. Questa è la rivelazione più profonda di questo maggio: non ciò che ci è mancato, ma ciò che abbiamo trovato quando abbiamo deciso che la mancanza non sarebbe stata una scusa.

La famiglia che ha detto sì ogni mattina

Tutto ciò che precede non ha alcun senso se nessuno arriva.

Noi liturgisti celebriamo per qualcuno. E quel qualcuno, ogni mattina di maggio, è stata una famiglia che ha scelto di esserci. Li vedevamo arrivare con gli occhi ancora socchiusi, con il caffè che a volte non avevano avuto il tempo di finire, con lo zaino della giornata già carico sulla spalla. Li vedevamo entrare in silenzio, prendere il loro posto e lasciare che la preghiera aprisse loro la giornata prima che la giornata esigesse tutto da loro.

Non conosco i sacrifici particolari di ciascuno. Non so a cosa abbiano rinunciato la sera prima per poter arrivare in tempo. Non so quante volte la sveglia sia stata una decisione di volontà più che di desiderio. Quello che so, però, è che la presenza di ciascuno è stata l’atto di fede più reale di questo mese.

Ciò che resta e ciò che verrà

Prego affinché l’anno prossimo ci sia una comunità di sacerdoti che viva a San Luis Potosí, e che maggio torni a essere, ogni giorno, una Messa piena. Ma se questo non dovesse ancora arrivare, sarà un onore tornare a celebrare con ciascuno di voi.

Questo maggio ci ha lasciato una certezza che forse avevamo bisogno di riscoprire: una famiglia non si definisce per ciò che le manca, ma per la sua capacità di rimanere unita, servire e andare avanti quando le circostanze non sono ideali.

La Mater continua a formare i suoi figli, continua a costruire comunità e continua a ricordarci che Dio trova sempre il modo di operare quando ci sono cuori disposti a rispondere. Ciò che è iniziato nell’incertezza è finito per trasformarsi in un’esperienza di fiducia, donazione e famiglia.

Che resti scritto per quando qualcuno tornerà a chiedersi se fosse possibile: sì, lo era. Perché dove c’è amore per Cristo, fiducia nella Mater e una famiglia disposta a dire sì, ci sarà sempre una strada. Questo maggio ne è stato la prova. E anche la promessa di tutto ciò che deve ancora venire.

Traduzione: Eugenio Minici

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