Con il motto «Maria, luce della nostra speranza», le Sorelle di Maria di Schoenstatt celebrano in tutto il mondo il centenario della loro fondazione. Il 1° ottobre 2026, la comunità ripercorrerà un secolo di servizio a Schoenstatt, alla Chiesa e alla società, rendendo così visibile nel mondo l’immagine di Maria. Attualmente, l’anniversario viene celebrato nelle diverse province e nei Paesi in cui le Sorelle sono presenti. In queste celebrazioni si raccolgono storie, ricordi e, soprattutto, la gratitudine per un cammino di vita consacrata vissuto nell’Alleanza d’Amore.
Guardando a questo secolo di storia, la celebrazione è anche un’occasione per ricordare le radici della comunità, riconoscere i frutti del suo cammino ed esprimere le speranze per il futuro. In questa intervista, la Superiora Generale dell’Istituto Secolare delle Sorelle di Maria di Schoenstatt, Sr. M. Joanna Buckley, originaria degli Stati Uniti, parla del significato di questo centenario, delle esperienze che hanno segnato la storia della comunità e delle prospettive per i prossimi anni.

Sr. M. Joanna, il 1° ottobre 1926, cioè quasi 100 anni fa, Padre Josef Kentenich, insieme ad alcune donne dell’allora Movimento di Schoenstatt, fondò la Comunità delle Sorelle di Maria di Schoenstatt. Con un intero anno giubilare, la vostra comunità guarda indietro a un secolo di storia: dagli inizi umili a una straordinaria crescita, a sviluppi interessanti e, soprattutto, alle innumerevoli testimonianze delle storie che il Dio della vita ha scritto con la vostra comunità e con ciascuna delle sue componenti. Ripensando a questo anno giubilare, quali sono per lei le impressioni più significative?
Ci ha profondamente commosso la risonanza che il nostro anniversario ha avuto in tutta la Famiglia di Schoenstatt e anche molto al di là di essa. Per fare un esempio: la mostra dedicata all’anniversario nella Casa Madre, sul Monte Schoenstatt, ha attirato continuamente gruppi e persone interessate; non passava quasi giorno senza visitatori. Non ci aspettavamo un interesse così grande.
Le nostre Sorelle in Burundi ci hanno raccontato che l’indulgenza giubilare concessaci quest’anno ha spinto centinaia di persone a intraprendere lunghi cammini dalle colline circostanti o dalle periferie delle città fino al nostro Santuario e alle nostre cappelle.
Alle celebrazioni giubilari nei diversi Paesi hanno partecipato diverse centinaia e, talvolta, persino migliaia di persone. In Vietnam, dove le nostre Sorelle hanno iniziato solo pochi anni fa con la Campagna della Madonna Pellegrina, più di 500 persone si sono riunite per la festa del giubileo. In molte diocesi, i vescovi hanno celebrato insieme a noi e ci hanno ringraziato per il nostro servizio nelle Chiese locali.
Ovunque, le celebrazioni sono state anche occasioni per ringraziare le persone che camminano con noi, che lavorano insieme a noi e che ci sostengono. In questo giubileo volevamo semplicemente condividere con molti altri i doni che abbiamo ricevuto nel corso di questi 100 anni. Per questo abbiamo scelto come motto dell’anno: «Maria, luce della nostra speranza!». Questa è la nostra esperienza e questo deve essere anche il nostro messaggio.

Che cosa è stato particolarmente importante per la vostra comunità?
Per noi, questo anno giubilare — credo di poterlo dire — è stato una grande grazia. Ci siamo preparate per anni. Sentiamo che l’anniversario è un’occasione non soltanto per ringraziare e celebrare, ma anche per pronunciare oggi un nuovo e deciso «sì» alla nostra vocazione. Per questo siamo entrate, per così dire, nel Cenacolo e ci siamo raccolte attorno a Maria, come i discepoli. Per compiere il passo verso il secondo secolo della nostra comunità, abbiamo voluto chiedere alla Vergine Maria la luce e la forza dello Spirito Santo e metterci a sua disposizione. Il simbolo della nuova colonna di luce nella Chiesa dell’Adorazione rappresenta proprio questo processo.
In uno speciale “tempo del Magnificat”, per 100 giorni abbiamo ricordato ogni giorno gli avvenimenti di un anno della nostra storia e abbiamo cantato la nostra gratitudine nel Magnificat.
Durante la Quaresima ci siamo impegnate a svuotare i nostri “zaini” interiori da alcuni pesi negativi che ancora portavamo con noi, sia a livello personale sia come comunità: per esempio, le negligenze personali nel cammino vocazionale, le mancanze di rispetto e di amore reciproco, le riserve e le delusioni. Attraverso una richiesta comune e reciproca di perdono e una preghiera di espiazione, ciascuna ha potuto liberarsi dei pesi del passato. Proprio questo momento, all’inizio della Settimana Santa, ci ha profondamente colpite. In questo modo, il nuovo secolo può diventare anche un nuovo inizio, con una certa leggerezza e una rinnovata disponibilità a continuare il nostro cammino.
Queste ricche esperienze dell’anno giubilare orientano il nostro sguardo verso la storia che Dio ha plasmato con generazioni di sorelle che hanno dedicato la loro vita al servizio di Dio e delle persone. Il Dio dell’Alleanza ha affidato alla vostra comunità delle sfide e vi ha permesso di sperimentare, nei momenti di grazia, che Egli guida e rafforza la comunità, nello Spirito Santo e per mezzo di Maria. Come descriverebbe, dunque, le grandi linee dei primi 100 anni della storia della vostra comunità?
Ripensando agli inizi della nostra comunità, ci siamo rese conto di quanto grande fosse la scommessa rappresentata da questa fondazione per Padre Kentenich. Non c’erano soldi, né una casa propria, né alcuna forma di sicurezza per le giovani donne che avevano lasciato la loro professione. Alcuni genitori rimasero sconvolti, perché pensavano che in convento tutto sarebbe stato assicurato. Ma non c’era alcun convento. Le nostre prime Sorelle vivevano in condizioni molto modeste, ma ardevano per Schoenstatt. Volevano costruire qualcosa di nuovo. Già nelle prime settimane, alcune Sorelle fondarono delle filiali al di fuori di Schoenstatt. Nella nostra mostra, la sala dedicata a questa prima generazione porta il titolo «Il fuoco degli inizi».
Sembra che questo fuoco fosse contagioso…
Sì, la comunità crebbe a un ritmo sorprendente. All’inizio erano 18; dopo tre anni erano dieci volte di più.
E già allora si manifestò una forte spinta missionaria all’interno della comunità. Ben presto furono fondate filiali nei Paesi vicini. Le prime Sorelle furono inviate in Sudafrica nel 1933; in seguito molte altre partirono per l’America del Sud e del Nord, per l’Australia e, da lì, verso altre regioni. Questa espansione mondiale rappresenta una linea costante lungo tutto il primo secolo.
All’inizio furono le Sorelle tedesche a offrirsi come missionarie e, nonostante le grandi difficoltà iniziali, contribuirono a fondare Schoenstatt in diversi Paesi. Da allora questa tendenza si è invertita: oggi sono Sorelle provenienti da tutti i Paesi che, a partire dalle loro province, si espandono verso nuove regioni. Anche qui a Schoenstatt sperimentiamo una sorta di “corrente di ritorno” dai diversi Paesi verso il luogo d’origine; qui abbiamo un orientamento chiaramente internazionale. Da alcuni anni la nostra formazione viene svolta in maniera centralizzata a Schoenstatt. In questo modo si pongono allo stesso tempo basi importanti per la nostra futura collaborazione a livello mondiale. Un’eccezione è rappresentata dalla nostra Delegazione in Burundi, che continua a formare le giovani Sorelle nel proprio Paese, poiché ogni anno può contare su un numero relativamente elevato di candidate.

Un movimento in senso contrario rispetto a questa linea missionaria sembra essere stato la nascita di un ramo di adorazione all’interno della vostra comunità qui a Schoenstatt. Si può dire così?
Sì, esattamente. Appena tre anni dopo la fondazione si formò una piccola comunità di adorazione. Sei Sorelle si alternavano, giorno e notte, nell’adorazione eucaristica nel Santuario Originale. Considerate le condizioni di spazio estremamente limitate che esistevano allora nella Casa Vecchia, anche questo rappresentava un’enorme sfida fisica. Le Sorelle volevano sostenere consapevolmente, attraverso la loro preghiera, le missionarie, l’intero Movimento di Schoenstatt e la Chiesa. La maggior parte della comunità conduce una vita attiva; la vita maggiormente contemplativa delle Sorelle dell’Adorazione doveva costituire un complemento efficace. In alcuni periodi, le Sorelle dell’Adorazione formarono una propria provincia a Schoenstatt e vi erano anche piccole filiali di adorazione in alcune province al di fuori della Germania. Nel frattempo, il nostro Istituto dell’Adorazione qui si sta riducendo sempre più numericamente e stiamo cercando possibilità per un nuovo inizio in prospettiva internazionale. L’adorazione diurna e notturna è stata distribuita tra tutte le province. Così, anche dopo 100 anni, si continua a pregare ininterrottamente — in tutto il mondo — per il Movimento di Schoenstatt, per la Chiesa e, naturalmente, per le intenzioni di molte persone, sempre in profonda unione interiore con il Santuario Originale.
Parola chiave «per il Movimento di Schoenstatt»: le Sorelle di Maria non furono la prima comunità femminile di Schoenstatt — quella fu la Federazione delle Donne — ma furono le prime a dedicarsi completamente al Movimento di Schoenstatt. Voi sottolineate di essere state fondate «per Schoenstatt». Che cosa significa esattamente?
Questo fu, in realtà, l’impulso originario della fondazione. Padre Kentenich comprese che erano necessarie donne capaci di dare vita al luogo di Schoenstatt, di creare qui una casa e che, allo stesso tempo, potessero influire sul Movimento che stava nascendo. All’inizio si parlava di «Sorelle dell’Alleanza per vocazione», proprio perché volevano fare di Schoenstatt la loro vocazione.
Ma vivere per Schoenstatt o essere presenti per Schoenstatt non significa soltanto mettere a disposizione delle case, tenere conferenze o accogliere i pellegrini. Possiede una dimensione profonda che va oltre la semplice attività a favore di Schoenstatt. Padre Kentenich utilizzò l’immagine dell’anima. In realtà, questa immagine si adatta molto bene anche a un istituto secolare. Dobbiamo essere l’“anima” di Schoenstatt. L’anima muove dall’interno, sempre e ovunque. Non importa in quali circostanze viviamo o che cosa facciamo, né se siamo sane o malate, giovani o anziane: possiamo sempre essere l’anima. Questo comprende, naturalmente, una responsabilità particolare nel senso del «nulla senza di noi», la responsabilità cioè che i nostri Santuari continuino sempre a essere quelle fonti di grazia dalle quali nasce la vita in Schoenstatt e a partire da Schoenstatt.
Una responsabilità che condividete con le altre comunità di Schoenstatt…
Certamente. Tutta l’Opera si basa, infatti, sulla collaborazione tra le diverse comunità. Essendo state una delle prime comunità e avendo raggiunto abbastanza rapidamente un numero elevato di membri, abbiamo potuto contribuire in modo significativo a dare forma al Movimento.
Abbiamo potuto dedicare tutto il nostro tempo e tutte le nostre forze a Schoenstatt. Con il passare dei decenni e con la crescita delle diverse comunità e dei diversi rami, i compiti sono stati distribuiti in maniera più ampia.
Come fondatore, Padre Kentenich, nonostante l’autonomia degli Istituti, confidava nella collaborazione e nella trasmissione reciproca della vita. E questo, nel corso del tempo, è cresciuto molto.
Lo sviluppo della vostra comunità nel corso del primo secolo è impressionante. Ci sono stati anche degli ostacoli lungo questo cammino?
In realtà, la nostra storia è stata caratterizzata da tensioni fin dall’inizio e, sì, ci sono stati continuamente degli ostacoli, talvolta difficoltà enormi.
Per esempio, la storia delle nostre Sorelle nei Paesi governati dal comunismo è stata molto intensa. Venivano sorvegliate oppure non era loro permesso esercitare determinate professioni. Alcune dovettero trascorrere un periodo in carcere. Nonostante questo, fu possibile accogliere clandestinamente nuovi membri.
All’interno della comunità, poco dopo la fondazione sorsero problemi con la prima Superiora Generale. Era una donna capace e apprezzata, ma volubile e totalmente imprevedibile nelle sue reazioni e nelle sue decisioni. Nelle controversie sorte successivamente intorno al fondatore, utilizzò la propria influenza per accusarlo presso la Chiesa. Accanto a lei, durante il periodo dell’esame da parte della Chiesa, vi fu un piccolo gruppo di Sorelle che si autodefinivano «ecclesiastiche», perché si opponevano al fondatore e agivano clandestinamente contro la direzione della comunità. Fu una storia dolorosa per tutte le parti coinvolte, con gravi conseguenze per il fondatore e per l’intera Opera.
In generale, il periodo dell’esilio di Padre Kentenich fu pieno di ostacoli; come comunità, eravamo praticamente sul banco degli imputati insieme al fondatore. A quell’epoca, di Schoenstatt si parlava quasi esclusivamente con disprezzo; molti sacerdoti sconsigliavano alle giovani interessate di entrare nella nostra comunità. Non smette mai di sorprendermi il numero di giovani che, nonostante tutto, ebbero il coraggio di unirsi a noi in quegli anni.
Dopo la morte di Padre Kentenich, ebbe inizio un periodo di intense controversie interne alla comunità riguardo all’interpretazione e all’attuazione della volontà del fondatore. Diverse Sorelle lasciarono allora il nostro Istituto perché non riuscivano ad accettare le decisioni prese dal Capitolo Generale in merito. Fu un processo molto doloroso, che provocò ferite da entrambe le parti e un grande sconvolgimento in tutta la comunità.
Guardando alla vostra storia fino a oggi, che cosa considera importante per il passaggio al secondo secolo della vostra comunità?
Senza dubbio, per noi, come persone umili, è molto importante l’esperienza di essere guidate da Dio. L’Alleanza d’Amore con la nostra Mater Ter Admirabilis è una realtà capace di sostenerci attraverso tutti gli alti e bassi. Il fatto che, come comunità, siamo riuscite a realizzare qualcosa di positivo nella Chiesa e nella società ha qui la sua origine. Quando si è vissuta questa esperienza, essa diventa come un buon auspicio per tutto ciò che deve ancora venire.
Se osserviamo il nostro ruolo in questa storia dell’Alleanza, da una parte siamo profondamente grate alle nostre Sorelle che hanno contribuito a scriverla e che continuano a farlo ancora oggi, sia ricoprendo incarichi di responsabilità sia attraverso il loro impegno solidale, accompagnato dalla preghiera e dal sacrificio. Credo che abbiamo motivi per essere orgogliose delle tante grandi donne della nostra comunità, indipendentemente dal posto che abbiano occupato o che occupino oggi.
Dall’altra parte, ci sono anche alcune cose che pesano sulla nostra memoria e per le quali, alla fine di questi primi cento anni, desideriamo chiedere perdono. Ci dispiace aver deluso delle persone. Senza dubbio, la nostra vita e il nostro comportamento non sono sempre stati coerenti con ciò che noi stesse abbiamo proclamato. Oppure ci è mancata l’empatia necessaria per comprendere ciò di cui gli altri avevano bisogno in termini di comprensione, pazienza e spazi di libertà.
Penso, per esempio, ai momenti in cui, con il nostro comportamento o parlando le une delle altre, non abbiamo contribuito a una buona convivenza tra le comunità di Schoenstatt; oppure ai momenti in cui, collaborando con persone e comunità, siamo state troppo autoritarie nelle nostre opinioni e non abbiamo ascoltato abbastanza.
Penso anche ad alcuni processi interni alla nostra comunità. Per le ragioni più diverse, nel corso degli anni alcune Sorelle hanno lasciato la nostra comunità: alcune con gratitudine per il tempo vissuto, altre con ferite e delusioni nel cuore. Nella preghiera abbiamo presentato tutte queste situazioni davanti a Dio, chiedendogli che, nella sua misericordia, guarisca le ferite che abbiamo provocato con il nostro comportamento.
Guardare alla storia con la giusta prospettiva significa imparare. La nostra storia ci offre molti ambiti di apprendimento, capaci di donarci prospettive importanti per il passaggio a un nuovo secolo. E siamo grate a tutte le persone che ci accompagnano in questo cammino e che ci aiutano in questi processi di apprendimento attraverso il dialogo, i loro suggerimenti e le loro critiche.
Al filosofo francese Jean Jaurès viene attribuita, in una traduzione libera, l’idea: «La tradizione non consiste nel custodire le ceneri, ma nel trasmettere la fiamma». Con questa espressione si vuole dire che la storia passata è, in realtà, il combustibile per il futuro. Guardando al cammino che attende la vostra comunità, quali linee si delineano?
Trasmettere la fiamma: è proprio ciò che vogliamo fare simbolicamente nella celebrazione del nostro giubileo. La nostra generazione più giovane si trova di fronte a un nuovo inizio internazionale. Provengono da molti Paesi e culture; sono giovani donne di oggi, ma in loro arde lo stesso fuoco delle prime Sorelle.
Dopo il nostro giubileo avrà inizio il nostro Congresso Generale, con rappresentanti di tutte le province. Per noi è soprattutto un’occasione per ascoltare le domande e le voci del nostro tempo e, a partire da questa prospettiva, mettere adeguatamente in risalto il nostro carisma.
A livello mondiale vogliamo compiere passi strategici che permettano alla nostra comunità di avere un buon futuro. Questo significa analizzare realisticamente la situazione attuale del nostro Istituto in ogni Paese e valutare correttamente le nostre possibilità per il futuro. Con un numero minore di membri e risorse sempre più limitate, non possiamo più mantenere alcune delle responsabilità che finora avevamo assunto, oppure dobbiamo chiedere l’aiuto di altri.
Per noi è importante riuscire, con il tempo, a ritrovare maggiore libertà per svolgere i nostri compiti in Schoenstatt e per Schoenstatt. Negli ultimi anni abbiamo dovuto dedicare sempre più energie alle necessità della nostra stessa comunità; il nostro desiderio è essere presenti, almeno individualmente o in piccoli gruppi, là dove possiamo offrire alle persone spazi di incontro e di esperienza di Dio.
Il futuro esiste soltanto nell’unione: questo vale sia all’interno della nostra comunità sia per Schoenstatt nel suo insieme. Per questo motivo ci sta a cuore anche la collaborazione all’interno di Schoenstatt e con le Chiese locali.
Il nostro Congresso vuole essere un piccolo Cenacolo; preghiamo insieme confidando nella guida e nel fuoco dello Spirito Santo e siamo particolarmente grate a tutti coloro che ci accompagneranno con la loro preghiera nelle prossime settimane.
«Portate l’opera del vostro fondatore verso il futuro e arricchite con il vostro carisma la vita della Chiesa…», esortò Papa Giovanni Paolo II nel 1994, rivolgendosi alle rappresentanti della vostra comunità durante un incontro. Quali sono, per voi, i punti centrali del carisma del vostro Istituto Secolare che desiderate mettere in evidenza oggi, dopo 100 anni di storia?
Il nostro nome dice tutto: siamo Sorelle di Maria, ci identifichiamo con Maria e precisamente con il modo in cui ella agisce oggi a partire da Schoenstatt: siamo le Sorelle di Maria di Schoenstatt. Le persone sperimentano questa particolare azione di Maria entrando in contatto con i nostri Santuari.
Si tratta, innanzitutto, della profonda esperienza di sentirsi personalmente accolti e amati da Dio. Nell’unione interiore con Maria, noi Sorelle desideriamo aiutare, attraverso il nostro modo di essere e di agire, affinché le persone possano trovare questo legame personale con Dio come Padre.
Un’altra esperienza: l’incontro con Maria fa crescere interiormente le persone. Anche in questo vogliamo essere “Maria”: il nostro obiettivo centrale è sostenere le persone nello sviluppo della propria personalità e, proprio all’interno del Movimento di Schoenstatt, contribuire a formare personalità e comunità libere e cristiane a partire dal profondo.
E la terza esperienza nell’incontro con Maria è la gioia interiore di estendere il Regno di Dio nel nostro tempo. Essere Maria significa per noi spianare oggi le strade a Cristo nella nostra cultura, attraverso i nostri progetti e la nostra testimonianza.
Considerando tutto questo, ci sentiamo limitate. Ma vivere nell’Alleanza con Maria significa anche che è lei a voler agire attraverso di noi. Come sue Sorelle, cerchiamo di plasmare una cultura mariana che permetta alle persone che ci circondano di sperimentare Dio e di avvicinarsi a Lui, e che offra loro orientamento e speranza.
Così vogliamo portare l’opera del nostro fondatore — con profonda gratitudine nei suoi confronti — verso un nuovo secolo. Soprattutto come contributo al futuro in questa ora decisiva che stiamo vivendo nel mondo e nella Chiesa.
Sr. M. Joanna, insieme a tutta la Famiglia di Schoenstatt, auguriamo alla vostra comunità un buon cammino verso il futuro, la benedizione di Dio e che la Vergine Maria continui ad accompagnarvi. Grazie di cuore per questa intervista.
*Intervista realizzata da Heinrich Brehm / Ufficio Stampa di Schoenstatt Germania – schoenstatt.de
Traduzione: Eugenio Minici