Con la Mater al Mondiale di calcio? Sì!

Karen Bueno / Vanessa Franke

Sì, la Madre e Regina di Schoenstatt è stata presente anche al Mondiale del 2026. Almeno, accanto alla nazionale dell’Ecuador.

Carolina Vilches, responsabile stampa della nazionale ecuadoriana di calcio e membro della Lega delle Famiglie di Schoenstatt, porta con sé l’immagine della Mater in tutti i viaggi con la squadra. Di solito, quell’immagine rimane nella sua camera. Ma nei giorni delle partite accompagna la delegazione nello spogliatoio, diventando un segno silenzioso di fiducia e di offerta.

Così, durante tutta la campagna dell’Ecuador nella Coppa del Mondo, lo sguardo della Mater è stato presente nei momenti di attesa, nelle vittorie e anche nelle sconfitte, ricordando sempre che la MTA cammina accanto ai suoi figli.

In questa intervista, Carolina condivide come ha vissuto il Mondiale del 2026 e racconta alcuni momenti significativi di questa esperienza.

Carolina abbracciata ai giocatori al centro del campo, in un momento di celebrazione, dopo che l’Ecuador ha sconfitto la Germania il 25 giugno 2026.
Carolina, puoi raccontarci qual è il tuo lavoro nella nazionale di calcio dell’Ecuador?

Attualmente sono la responsabile stampa delle Nazionali della Federazione Ecuadoriana di Calcio. Il mio lavoro consiste nel coordinare tutta la comunicazione con i media e le attività di stampa durante i ritiri, gli allenamenti, le partite e i tornei.

Questo è il mio secondo Mondiale e il lavoro è molto intenso. Ci sono giornate lunghissime, moltissimi dettagli da coordinare e quasi sempre dobbiamo risolvere le cose in corsa. Ma è anche un privilegio enorme. Poter rappresentare il mio Paese attraverso ciò che faccio e vivere un Mondiale dall’interno è qualcosa a cui faccio ancora fatica a credere. Questo è sempre stato il mio sogno.

E qual è il tuo legame con il Movimento di Schoenstatt?

Schoenstatt fa parte della mia vita praticamente da sempre. Sono entrata nel Movimento 32 anni fa, quando avevo appena 4 anni, quindi sono cresciuta lì. A 14 anni ho sigillato la mia Alleanza d’Amore con la Mater, un momento che ha segnato profondamente il mio cammino di fede.

Ero un membro attivo della Gioventù Femminile di Schoenstatt di Guayaquil e, anni dopo, anche della Gioventù Femminile di Buenos Aires, mentre studiavo lì. Schoenstatt mi ha donato amicizie, formazione e un modo di comprendere la vita a partire dalla fiducia in Dio e nella Mater.

Oggi la mia vita ha un altro ritmo, ma l’Alleanza continua a far parte della mia quotidianità. Faccio anche parte del Ramo delle Coppie. Senza dubbio, questo legame è una relazione molto personale che mi accompagna in ogni decisione importante e che cerco di vivere anche nel mio lavoro.

Immagine della MTA nello spogliatoio dei Mondiali del 2026.
Di solito porti con te la Madonna Pellegrina nei tuoi viaggi. È stata con te in questo Mondiale?

Sì. Da giugno 2025 porto la Mater in tutti i viaggi. Tutto è iniziato perché nello stadio Monumental di Guayaquil, dove prima c’era un’immagine della Mater, qualcuno ha deciso di rimuoverla insieme a tutte le immagini religiose. Noi avevamo già giocato lì nel novembre 2024 e Lei era presente. Quando siamo tornati alcuni mesi dopo e ho visto che non c’era più, è stato qualcosa che mi ha colpita molto.

Ho chiesto il permesso di portare un’immagine della Mater, la stessa che poi è diventata virale. E la cosa più bella è che, come una vera “Dioscidencia” (Provvidenza di Dio) era l’immagine che per molti anni aveva accompagnato mio papà nel santuario del suo lavoro. Era incoronata e io ho sentito che Lei voleva essere parte anche del mio lavoro e diventare la “Regina del Tricolore” (bandiera della nazionale ecuadoriana).

Da quel giorno quell’immagine viaggia con me ovunque, e questo Mondiale non ha fatto eccezione. La tengo nella mia camera e, in mezzo a tanti viaggi, cambi di città e giornate di moltissimo lavoro, vederla ogni mattina o ogni sera mi ricorda che non sono mai sola. Nei giorni delle partite viene anche con me nello spogliatoio e molte volte ho visto i giocatori avvicinarsi, toccarla e farsi il segno della croce.

“Nei giorni delle partite viene anche con me nello spogliatoio e molte volte ho visto i giocatori avvicinarsi, toccarla e farsi il segno della croce.”

Hai già avuto l’opportunità di parlare di Schoenstatt e della tua fede con la nazionale dell’Ecuador, sia con i giocatori sia con lo staff tecnico?

Sì, in conversazioni molto naturali. Non è mai stato qualcosa di imposto né una conversazione preparata, ma quando se ne presenta l’occasione condivido con molta gioia ciò che significa la mia fede e quanto Schoenstatt sia importante nella mia vita.

Il giorno in cui abbiamo battuto la Germania, uno dei giocatori ha risposto a un messaggio che gli avevo inviato dicendomi: “Grazie mille, Carito. Dio e la Mater saranno con noi oggi. Sì, anch’io vado alla chiesa di Schoenstatt”.

Quel messaggio mi ha emozionata tantissimo. Ho provato una gioia enorme e mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. È stato uno di quei piccoli doni che la Mater mette sul cammino.

Senti che la Mater ti ha accompagnata in questo viaggio? In quali momenti hai percepito la sua presenza?

Sì, moltissimo. L’ho sentita soprattutto nei momenti di maggiore stanchezza, quando c’è pressione, quando le cose non vanno come erano state pianificate o semplicemente quando sento la mancanza della mia famiglia.

Ma l’ho sentita anche nei piccoli dettagli. Nelle persone che arrivano proprio quando ne hai bisogno, nelle conversazioni che giungono al momento giusto, in quella pace che appare senza una spiegazione logica. Per me, lì c’è la Mater. Non sempre in cose straordinarie, ma nell’accompagnare molto silenziosamente la vita di ogni giorno.

Prima della partita contro il Messico, quando ci giocavamo la qualificazione, ho portato l’immagine alla Basilica della Vergine di Guadalupe. Il risultato non è stato quello che tutti sognavamo, ma ho sentito che la sua presenza ha reso quel momento molto più sopportabile. Mi ha ricordato che Dio continua a scrivere anche quando i nostri piani non coincidono con i suoi.

L’Ecuador ha sorpreso in questa edizione del Mondiale battendo la temuta Germania. Sappiamo che c’è una grande preparazione tecnica e molta dedizione da parte della squadra, ma anche la fede ha aiutato la nazionale in questa competizione? Secondo te, “la mano della Mater” ha avuto qualcosa a che fare con questa partita?

Sono convinta che dietro un risultato come quello ci sia tantissimo lavoro. C’è uno staff tecnico che prepara ogni dettaglio, giocatori che danno il massimo e un gruppo umano molto impegnato.

A partire dalla mia fede, sì, credo che Dio e la Mater accompagnino il nostro cammino. Non credo che facciano vincere o perdere una partita, ma credo che sostengano, diano pace, forza e aiutino a vivere ogni sfida con speranza.

Io, personalmente, ho sentito moltissimo la compagnia della Mater durante tutto questo Mondiale. Più che pensare a un risultato specifico, sento che è stata presente accompagnandoci in ogni passo, custodendoci e ricordandomi che, anche in mezzo alla pressione, all’incertezza o alle sconfitte, siamo sempre in buone mani.

E questa certezza, per me, è stata uno dei doni più grandi di questa esperienza.

Il giorno in cui abbiamo battuto la Germania, uno dei giocatori ha risposto a un messaggio che gli avevo inviato dicendomi: “Grazie mille, Carito. Dio e la Mater saranno con noi oggi. Sì, anch’io vado alla chiesa di Schoenstatt”.

Com’è stata la tua esperienza in questo Mondiale? Puoi raccontarci le tue impressioni?

È stata una delle esperienze più intense e più belle che mi sia capitato di vivere.

Come mamma di due bambine, credo di aver vissuto questo Mondiale da due prospettive allo stesso tempo: da quella dell’enorme privilegio di realizzare il sogno per cui ho lavorato per tanti anni e da quella della sfida di stare più di 40 giorni lontana da loro e dalla mia famiglia. Senza dubbio, questa è stata la parte più difficile.

Sono stati più di 40 giorni di convivenza con un gruppo di persone che, senza cercarlo, è diventato un’altra famiglia. Con giorni bellissimi e altri molto difficili. Con gioie, frustrazioni, stanchezza, abbracci, addii e moltissimo apprendimento.

Questo Mondiale mi ha confermato che non si tratta solo di calcio. Dietro ogni partita ci sono persone che lasciano le loro famiglie, che si perdono compleanni, nascite e momenti che non tornano più. Oggi capisco molto meglio il sacrificio che fa ogni giocatore, ogni membro dello staff tecnico e ogni persona che lavora dietro una nazionale.

Credo che una delle cose più preziose che porto con me sia aver compreso che siamo tutti profondamente umani. Che sbagliamo, che molte volte un abbraccio, uno sguardo o una parola di incoraggiamento è esattamente ciò di cui l’altro ha bisogno. E che, quando si convive così a lungo con le stesse persone, si impara a mettersi nei panni dell’altro e a guardare con più empatia.

Porto con me anche una profonda gratitudine. Per il privilegio di essere stata qui, di rappresentare il mio Paese e di aver conosciuto un gruppo umano straordinario. Sono convinta che Dio abbia riunito ciascuna delle persone che doveva riunire in questo cammino.

Oggi torniamo a casa con la serenità di aver dato tutto. Perché i risultati a volte arrivano e altre volte no, ma quando sai di averci messo il cuore e di aver lavorato con onestà, trovi anche la pace.

Non cambierei per nulla al mondo questa esperienza. Mi ha trasformata come professionista, ma soprattutto come persona, come moglie e come mamma.

Traduzione: Eugenio Minici

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